Splendori e miserie del gioco del calcio

Il nostro saluto a Piero Beffa

Il vecchio Mister cammina lungo il corridoio che porta all’uscita, la sigaretta tra le labbra e le mani giunte dietro la schiena. Il capo reclino, una nube di pensieri sopra di lui. Gli allenamenti sono terminati, la squadra è ormai rientrata negli spogliatoi. Il custode spegne gli ultimi riflettori, lasciando lo spiazzo davanti al campo a malapena illuminato da qualche fioca lampada. Siamo ai titoli di coda.

Gli ultimi arbitri, i veterani, scambiano qualche parola di congedo e si ritirano verso le docce, per lavarsi via la terra di dosso. Il Mister prosegue la sua lenta passeggiata inesorabile, noncurante della polvere ingollata nelle ore precedenti; sa che non è rimasto nulla da dire ai suoi ragazzi, che ormai sono una squadra, pronta a dar battaglia anche senza il suo contributo. Il viale del tramonto è già passato da un pezzo, ormai rimangono solamente le viscere del buio. Se ci fosse lì con lui il suo alter ego teatrale, scriverebbe una cosa come “La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale”. Piero era così: mai avrebbe permesso che la sua vita fosse un eterno ritorno dell’uguale.

Dopo un passato da calciatore nelle giovanili della Lazio, diventa arbitro effettivo della sezione di Roma nel 1978 e calca i campi dell’allora Interregionale fino al 1986, anno in cui si ritira dal terreno di gioco. Dal 2000 al 2004 è componente del consiglio sezionale a Roma 1, per poi ricoprire la carica di Segretario del Comitato Regionale Arbitri del Lazio dal 2009 al 2011. Nel 2012 il passaggio a Ostia Lido, in cui per tre anni svolge la funzione di segretario sezionale.

Arbitro Benemerito dal 2014, è stata la guida ufficiosa dei tanti arbitri laziali che si sono succeduti nell’ultimo decennio, fidata spalla su cui molti Organi Tecnici hanno potuto contare quando era necessario un parere esterno. Istrionico, viscerale, profetico: quando si sa leggere una partita di calcio, si sa stare al mondo meglio di chiunque altro, c’è poco da fare. Dinamiche sociali e individuali racchiuse nel rettangolo in cui le regole di tutti i giorni sono sostituite da quelle del gioco del calcio; un uomo solo al comando, costretto a dare il meglio di sé per arbitrare bene, per divertirsi.

Il Mister non è mai stato uno fissato con il risultato, la prestazione, il numero dei cartellini e tutte le pantomime di chi l’arbitraggio lo vive da dietro una scrivania. Parafrasando quel genio di Eduardo Galeano, si è mostrato al mondo con la sua visione del del fútbol così antica, così essenziale:

“Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: “Un bell’arbitro, per l’amor di Dio”. E quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia la sezione o la regione che me lo offre”.

La sua logica cartesiana del “Arbitro, dunque sono” lo portava a innamorarsi degli onesti, degli animi puri: era solito discernere di tutti gli arbitri a cui aveva fatto da chioccia in un modo particolare, tutto suo. Questa maestria gli veniva dalle sue grandi doti di narratore, ma soprattutto da quelle di sognatore. Le graduatorie sarebbero passate, ma uno copione teatrale di Piero Beffa sarebbe rimasto per sempre.

“Arbitrando, avrei fatto con il fischietto quello che mai ero stato capace di essere con i piedi: incorreggibile funambolo, diavolo dei campi di gioco, non avevo altro rimedio che chiedere alla divisa quello che il pallone, tanto desiderato, mi aveva in parte negato”.

Ora che il Mister non c’è più, tutti noi abbiamo perso qualcosa di importante. Vaghiamo per il campo buio, senza riuscire a vedere le porte e le linee, disorientati dalla vastità di un rettangolo di gioco che giorno dopo giorno ospita le nostre vite. E andiamo via, sconsolati, sapendo che dentro di noi resta sempre quella malinconia irrimediabile che tutti sentiamo dopo l’amore, e alla fine della partita.