Ostia incontra Di Liberatore

"Lavoriamo per diventare uomini di valore, non di successo"

Un incontro dal grande valore umano quello andato in scena nella sezione di Ostia Lido, con protagonista l’assistente internazionale Elenito Di Liberatore.

Ospite d’onore sorteggiato dal Comitato Nazionale, l’arbitro teramano è arrivato nei locali ostiensi quando era ancora in svolgimento la lezione del corso arbitri. Sedutosi con discrezione, ha seguito il concludersi della spiegazione e solo dopo, invitato dal Presidente Paolo Ricci, ha salutato i nuovi ragazzi che stanno intraprendendo l’avventura arbitrale: “Qualche anno fa ero lì, seduto al vostro posto – ha esordito Di Liberatore – non vedetemi come un alieno, un qualcosa di irraggiungibile. Lavorando tanto e con passione raggiungerete sicuramente il vostro massimo, a prescindere dalla categoria in cui avrete la fortuna di arbitrare. Se qualcuno di voi pensa di poter andare ai mondiali, fa bene: in caso contrario, è meglio smettere subito”.

Una volta arrivati tutti gli associati, la riunione ha avuto inizio con il saluto di un altro ospite d’eccezione, l’ex componente della Commissione Regionale Lazio Marco Alessandroni: giunto a Ostia per salutare Di Liberatore, grande amico oltre che collega di lunga data con cui ha condiviso i campi di Serie A e Serie B, si è messo a disposizione per facilitare lo svolgimento della riunione.

Di Liberatore ha spiazzato chi si aspettava una lezione improntata su video, tecnicismi e cura maniacale dei dettagli, avviando subito un confronto diretto con i presenti in aula, senza aiuti multimediali e concentrando su di lui tutta l’attenzione della platea. Un flusso continuo di pensieri e insegnamenti, ognuno legato da un filo conduttore che porta a due macro temi: il tempo e la consapevolezza.

“Il tempo passa veloce e l’obiettivo finale spesso ci coinvolge troppo, distogliendoci dal contorno. Non riusciamo a vedere altro se non i confini, sfumati, di ciò che stiamo facendo, quando il più delle volte sono proprio quelli che racchiudono il valore più grande della nostra esperienza”. Un focus sugli scopi che non deve però far minimizzare il resto: “Il campo è la parte più marginale della nostra attività – ha proseguito l’assistente teramano – la parte più bella è tutto ciò che sta fuori”. In ogni caso, “la carriera passa in fretta e abbiamo una sola andata: puntiamo i giusti obiettivi supportandoci con tutta la ragione che possediamo”.

Qui il passaggio cruciale con la messa in evidenza di autostima, consapevolezza dei propri mezzi ed equilibrio: “L’arbitraggio prende la vita delle persone e la porta in campo – ha spiegato l’ospite dinanzi a una platea ormai del tutto calamitata dalle sue parole - dobbiamo partire da noi stessi: per mantenere il giusto equilibrio dobbiamo ancorarci saldamente alla nostra testa, senza esagerare poiché anche la sovraccarica può portare all’errore”. Ancora, battendo forte sulla personalità dell’arbitro: “L’autorevolezza non si studia: in campo portiamo il nostro essere arbitro e l’equilibrio è tutto, le piccole sfumature formano la dimensione che venderete. Regolamento e preparazione atletica non sono più un valore aggiunto, sono organici all’essenza stessa dell’arbitro. Non possiamo mollare un centimetro ma al contrario, senza sosta, riempire la dimensione che portiamo in campo con tutta la nostra vita”.

A seguire, dopo qualche curiosità sull’esperienza mondiale da poco terminata, la chiusura: “Bisogna lavorare per essere uomini di valore, non uomini di successo”.